venerdì 16 marzo 2012

Sala d'attesa: dall'oculista



Ieri ho accompagnato mio padre nello studio del dottor …, oculista. Siamo arrivati alle sedici e trenta, in anticipo di quindici minuti. Nella sala d’attesa c’erano sei persone. «È chiaro che l’appuntamento non verrà rispettato.» ho pensato, facendo un cenno d’intesa a mio padre.

Non si comprende se si verifica sempre un imprevisto oppure è una regola, per cui l’appuntamento salta. Credo piuttosto, sia un protocollo adottato da tutti gli oculisti per predisporre meglio il paziente alla visita. E immagino sia una materia di studio nei corsi di laurea di medicina: la sala d’attesa, approccio, strategie e modalità per una lunga attesa. Ma come il paziente si difenda dalla alienante attesa con assoluta abnegazione rimane un mistero.

Ieri però ho potuto osservare delle tecniche che riporto in ordine decrescente di efficacia:

  • Una signora che era seduta accanto a me ha aperto  – in preda ad isterismo -, la borsa, ha guardato dentro come se ci dovesse trovare chissà cosa e poi l’ha chiusa, sbuffando. E poi  ancora, ancora e ancora: ha aperto, guardato e sbuffato. Routine.

  • Il ragazzo che era in piedi, accanto alla reception - postura da viveur -, guardava il cellulare come se stesse interrogando un oracolo, forse voleva sapere a che ora sarebbe uscito dallo studio. Paranormal.

  • La ragazza che era seduta di fronte a me,  ha fissato per tutto il tempo la mattonella davanti ai suoi piedi. Se abbia avuto delle visioni mistiche o semplicemente si sia autoipnotizzata, lo ignoro. Relax.


mercoledì 14 marzo 2012

Il silenzio dell'onda di Gianrico Carofiglio



Il padre è una figura di riferimento per ogni figlio. Che cosa succede quando viene a mancare?

Carofiglio intreccia in questo libro, editore Rizzoli, una storia che racconta due possibili strade, intraprese da un uomo e da un bambino, dopo una perdita così importante.
Roberto è un quarantasettenne, carabiniere in congedo, alle spalle diverse missioni da agente sotto copertura. Una mamma italiana, un papà americano; un poliziotto, con il quale condivide la passione per il surf, che viene arrestato per una storia di racket e si uccide. «Ho rabbia verso mio padre non tanto per i reati che ha commesso, quanto per il fatto che di essersi ucciso e di avermi lasciato solo.» è quello che dice Roberto in una seduta dallo psichiatra.

Giacomo è un bambino di undici anni che ricorda poco del padre, morto quando lui aveva cinque anni, investito mentre era in motorino da un’auto. Il bambino la notte vive una vita parallela. Il tutto inizia la notte in cui vede il padre in sogno, era sorridente gli ha stretto la mano e l’ha seguito lungo il viale di un parco pieno di prati e boschi, dopo qualche minuto, un grosso pastore tedesco, che appena li ha visti arrivare si è alzato e gli è andato incontro, si è lasciato accarezzare: un’esperienza straordinaria, Giacomo in realtà ha paura dei cani.  «Come si chiama?» chiede al padre, ma in quel momento si rende conto che lui era sparito e ricorda che una volta il padre gli aveva detto che all’età di undici, dodici anni gliene avrebbe regalato uno, di cane, perché allora si smette di essere bambini e si comincia a diventare uomini. Nelle notti successive, nei sogni, incontrerà nel parco Ginevra, una sua compagna di classe, molto carina che gli piace tanto ma, alla quale non ha mai rivolto la parola. Nel sogno se la cava meglio. Poi Ginevra manca tre gironi da scuola, quando ritorna è diversa: silenziosa, distratta, è successo qualcosa.

I pensieri a volte sono tanti e si rischia di farsi sopraffare. La mente s’intasa e va in corto circuito: tutto scorre e si rimane spettatori assenti. Anche il semplice atto di vestirsi diventa estraneo, tutto ciò che ci circonda non ha senso, racchiusi nella buca oscura dei pensieri, il mondo sfugge. È questa la vita di Roberto, ormai da troppo tempo, così per ritrovarsi, frequenta due volte a settimana uno psichiatra. «Tutti siamo pazzi. La differenza è fra quelli che sanno convivere con la pazzia e quelli che non ci riescono.».

Lo stile è semplice, si alterna la storia di Roberto a quella di Giacomo, la scrittura di Carofiglio per immagini riesce a farmi vedere: Roberto che passeggia per le vie di Roma; Roberto nello studio del dottore seduto sul divano e, dietro, sul muro, un manifesto incorniciato di Luis Armostrong che ride con la tromba in mano e sotto la scritta If you have to ask what jazz is, you’ll never know; il parco del sogno di Giacomo e il cane Scott. Tutto bello ma, il libro nonostante le premesse non lascia il segno.

«Un conto è aspettare l'onda, un conto è alzarsi sulla tavola quando arriva.», ma l’onda non è arrivata.

mercoledì 7 marzo 2012

La bambina di neve di Eowyn Ivey



L’autrice è Eowyn Ivey, lavora part-time in una libreria indipendente e, proprio lì un giorno ha scoperto una favola russa, Snegurochka e ne ha tratto ispirazione per il suo primo romanzo - editore Einaudi -, una favola malinconica.

Jack e Mabel, due coniugi non più giovani, si trasferiscono in Alaska. Cercano un po’ di serenità, la loro vita è segnata da una disgrazia: la perdita di un bambino. Alpine sul fiume Wolverine è un luogo ideale per ricominciare daccapo, nulla qui può rimandare al passato. C’è il silenzio che Mabel auspicava, ma c’è anche da fare i conti con una vita nuova, senza nessuna comodità, in cui tutto va costruito e guadagnato. Una sera nevica e, marito e moglie modellano nel giardino, davanti alla capanna, un pupazzo di neve, dandogli le sembianze di una bambina. Il giorno dopo il pupazzo è distrutto, mancano la sciarpa e i guantini, ma la vita è imprevedibile e questo posto è tutto da scoprire. Tra gli alberi due occhi azzurri guardano nella direzione di Jack e Mabel, che scorgono una figura, poi più nulla. Era una bambina.

Nei giorni seguenti ritornerà con fare sospetto e guardingo come un animale selvatico, lo stesso che le sta accanto, una volpe rossa, però pian piano Jack si conquisterà la fiducia della bambina e riuscirà a condurla nella capanna; finalmente quel desiderio, fino ad allora inespresso, che li aveva indotti ad allontanarsi da amici e parenti ora si realizzava: una bambina, Pruina. Tutto cambierà.

La Eowyn, il cui nome è un omaggio a un personaggio de Il signore degli anelli, vive in Alaska, ed è riuscita nell’intento di descrivere la sua terra tanto reale che a ogni pagina sembra quasi di essere in quei posti, in mezzo alla neve, tra alci, guru guru, cigni e volpi. Percepisco però, dopo averlo letto, qualcos’altro in questo libro: come il riverbero di un suono le parole sfiorano le corde del “io” più profondo, sommerso da strati di sovrastrutture complesse, costruite nel tempo e sedimentate da anni, come un velo che dissimula il reale, l’essenza della vita. Questo romanzo ha riattivato le parti sopite della mia anima, provocando una scossa potente, capace di farmi riscoprire, con occhi puri, la semplicità e i valori autentici. 

Grazie a tazzina di  caffè che mi ha incuriosito.