venerdì 28 dicembre 2012

Cecità di José Saramago




Un’epidemia improvvisa rende cieca l’intera popolazione, la cecità si manifesta con una sensazione di bianco assoluto, una nube lattiginosa. Il governo non conoscendo un rimedio chiude i primi ciechi e i contagiati in un manicomio dismesso. In quell’edificio dovranno sopravvivere da soli senza alcun intervento dall’esterno, nemmeno per prestare cure o in caso di morte. In queste condizioni si paleserà una regressione, un ritorno allo stato naturale in cui la vita è solo mangiare e dormire e la conseguenza sarà il degrado, l’abbruttimento e la brutalità: il buio o meglio, tanta luce da non riuscire più a vedersi e riconoscersi nell’altro. 

L’umanità cade nell'oblio o forse, paradossalmente, la cecità disvela, mette in luce, quello che realmente è diventata.  

Cecità uscito nel 1996 è un’allegoria: «l’incapacità di vedere significa che la vera immagine dell’inferno è proprio il mondo in cui viviamo.».

Il libro ha diverse particolarità è ambientato in un non tempo e in un non luogo, dei personaggi non conosceremo i loro nomi ed è scritto utilizzando come punteggiatura solo il punto e la virgola.

Cecità di José Saramago

Editore: Feltrinelli

Collana: Univerale Economica

Pagine: 276

Titolo originale: Ensaio sobre a cegueria

Traduttore: Rita Desti





martedì 4 dicembre 2012

Anatomia della ragazza zoo di Tenera Valse




È un libro che indaga, dissezionando, “la dimora insulsa delle abitudini: la famiglia”. 

Una famiglia, tra gli anni sessanta e ottanta, del sud Italia, ammantata (ed era la regola) da una cultura mitico – rivelativa (lo è ancora?) in cui l’essere e l’apparire si identificano e la realtà è immanente, quella familiare. 

Un Padre totem, e tutti i componenti della famiglia che gli girano intorno. Come gli uomini nella caverna di Platone, tutti nella famiglia vedono la realtà come rappresentazione, fin quando un componente, Alea, per istinto, pensa che, il mondo potrebbe non essere come a casa sua. Una conflagrazione che avrà come conseguenza la ricerca di ciò che è in luce.

Alea, il 24 Dicembre del 2001, scompare dall'abitazione dei genitori a Roma, la famiglia non sporge denuncia, nessuno la cercherà. Solo Càmila, la sorella, rimane in contatto telefonico, a patto di non vedersi mai e non rivelarlo a nessuno. 

Il libro è strutturato in capitoli, e i nomi già di per sé valgono il libro, fanno il verso a un trattato di medicina. La narrazione è ricercata, le parole crude, essenziali, sono quelle esatte, non altre si sarebbero potute utilizzare per descrivere questa storia.

Se hai la sensazione, degli stimoli, che ti disturbano ma non riesci a codificarli. Se avverti che la tua vita non è quella che avresti voluto vivere e, hai bisogno di capire, ne senti la necessità, devi prendere nelle mani questo libro ma, per non riceverne un danno ottico però, occorre con coraggio privarsi di tutto ciò che l’esperienza, l’educazione, la cultura ti ha costretto a indossare e, solo allora puoi aprire gli occhi senza rimanere abbagliato dall’effluvio di parole; queste, attraverso un’autopsia logico – narrativa, scavano fino a giungere all'origine di quel perbenismo morale che i Padri hanno costruito per assoggettare i figli.

Anatomia della ragazza zoo di Tenera Valse

Editore: Il Saggiatore

Collana: Narrativa

Anno di pubblicazione: 2012

Pagine: 346


1Q84 libro 3 Ottobre – Dicembre di Murakami Haruki (Einaudi)




Una storia d’amore che è iniziata con una stretta di mano dei protagonisti, Aomame e Tengo, in una scuola, all’età di dieci anni; un solo attimo, ma che produrrà un sentimento così forte da resistere a tutto e a tutti. In un tempo parallelo, in una realtà in cui in cielo brillano due lune, una grande e luminosa e una più piccola, verdastra. Nei primi due libri Aprile – Settembre, ci vengono raccontate le storie separate dei due protagonisti, i loro punti di vista. Nel terzo libro, la storia, finisce … no, tranquilli, non vi svelo il finale.

Però, vi posso dire che, nella narrazione di questo terzo libro, ad Aomame e Tengo si aggiunge un terzo personaggio, Ushikawa, un investigatore privato, esterno al Sakigake, la setta religiosa, il cui leader è stato ucciso da Aomame; che c’è sempre Fukaeri la figlia del leader, la cui storia “la crisalide d’aria” riscritta da Tengo, ha fatto venir meno le voci, e che porterà a termine un compito fondamentale; c’è Komatsu e vivrà un’esperienza spiacevole; Tengo andrà nel paese dei gatti e ne uscirà; Aomame, dal suo appartamento, la sera, guarderà in un parco per bambini uno scivolo; ci sono i Little people e continueranno a costruire crisalidi; e ci sono la mother e la daughter ; sulla tangenziale numero 3 il traffico è sempre congestionato…

In conclusione si può dire che Murakami come un maratoneta, per altro sport che pratica, non lascia nulla al caso e ogni elemento viene spremuto fino al limite, qualche concetto deve essere ripetuto per fissarlo bene nella mente ma, per quanto si possa credere di aver appreso tutto, c’è nella narrazione qualcosa che ti sorprende e, soprattutto come lo scrittore citando Cechov nel primo libro ci diceva, «Lo scrittore non è una persona che risolve i problemi, ma che li pone». Be’ alla fine, di questa esperienza di lettura, molti saranno gli interrogativi suggeriti da Murakami, pronti per essere meditati: l’amore, il tempo, la memoria, la conoscenza, la morte…

1Q84 di Murakami Haruki

Editore: Einaudi

Collana: Supercoralli

Anno di pubblicazione: 2012

Traduzione: Giorgio Amitrano

Elisabeth di Paolo Sortino (Einaudi)




Josef Fritzl nel 1984 sequestrò la figlia Elisabeth e la tenne reclusa per ventiquattro anni generando con lei sette figli. Questo orribile fatto di cronaca è lo spunto che è servito a Paolo Sortino, autore esordiente, per costruire una struttura narrativa che indagasse gli abissi dell’animo umano.

Elisabeth, editore Einaudi è un romanzo crudo. Ho avuto bisogno di un periodo di decantazione, prima che i concetti, abilmente disseminati dall’autore, venissero allo scoperto, velati dalla trama: un abbaglio di abuso all’umanità.

Una storia che è altro rispetto alla realtà e dove le somigliasse non ne sarebbe una copia perfetta; così come nello specchio non riflettiamo esattamente ciò che siamo, la finzione letteraria aumenta la realtà creando un’altra realtà. Sortino insiste sul tema dicotomico, realtà –  finzione (e non solo), la vita di sopra e quella di sotto, del bunker, in cui pian piano vengono portati elementi del mondo di sopra, elettrodomestici e perfino la sabbia e una piscina; perché la vita credeva Josef Fritzl, fosse dei desideri soltanto e non del mondo in cui nascevano.

Il bene e il male, un amore distorto, quello di Fritzl che, per i diciotto anni della figlia invece di regalarle un viaggio con l’amica, le “dona” un viaggio nel sottosuolo al buio, in una claustrofobico atto di possesso che indurrebbe un’assenza di speranza ma, lo spirito umano riesce sempre a districarsi e ad amalgamare la sua essenza dove non ti aspetteresti.

Troppo spesso votati alla spasmodico pensiero di ciò che vorremmo, rimaniamo inermi e passivi di fronte a ciò che siamo e, solo risolvendo il conflitto duale tra interiorità ed esteriorità, potremmo accettare la realtà che si costruisce davanti ai nostri occhi e, viverla.

Elisabeth ci riesce nel momento in cui non cerca più ragioni su ciò che non dovrebbe essere e cresce insieme al bunker.

Elisabeth di Paolo Sortino

Editore: Einaudi

Collana: Supercoralli

Anno di pubblicazione: 2011

Pagine: 220

lunedì 1 ottobre 2012

La parola




Può capitare che una parola mi ossessiona. 

La leggo ovunque; su un articolo di giornale, in un libro, su una rivista, e addirittura la ascolto dappertutto. 

Non è detto che la parola abbia un significato ontologico, anzi il più delle volte è un semplice ensemble di lettere, una accanto all'altra, che per convenzione comunicativa assumono un senso piuttosto che un altro ma, forse per questo lei, la parola, stanca di essere confusa tra tante, vuole emergere, si manifesta ai miei occhi. Ora non so se ha scelto solo me e, perché in tal caso, ma così è.

Alla fine, anche se non lo sono, divento fatalista. E sì vorrei vedere voi; così all’improvviso vi trovate di fronte, senza alcun apparente motivo, una parola, che insiste al cospetto della vostra percezione. Non potete fare a meno di non vederla, ascoltarla. Come una mosca, anche se la scacciate con ben più corposi pensieri, lei, la parola, ritorna.

E allora iniziano le elucubrazioni, gli agganci simbolici. Si formano nella mente i tratti definiti di ciò che prima erano semplici puntini. Tutto è chiaro: la parola è il messaggero, la rivelazione, la parola è il segno che aspettavo, la luce che illuminerà il sentiero… ok basta!  quando mi faccio prendere dalle metafore, rimango intrappolato, e come nei sogni a un certo punto non comprendo se sono reali. 

Insomma c’è questa parola, che è la chiave della mia vita, no non sto ricominciando, almeno in quell'attimo credo che sia così, e anche se poi tutto svanisce, mi piace pensare anche solo per una frazione di secondo, di avere capito tutto. 

Che cosa ho capito? Ehm non lo so. Ma il punto è questo: non è importante cosa. Ci sono cose che le capisci ma non sapresti dare nessuna spiegazione ragionevole sul perché? come? dove? ma sai, che in quel momento, ti riconcili con la natura, ne fai parte. 

Poi ritorni al mondo. 

giovedì 13 settembre 2012

La casa di famiglia




Seduto alla sua solita scrivania, con il sigaro in mano, tra un colpo di tosse e una boccata di fumo parlava con tutti, esseri inanimati compresi, almeno così diceva mamma. Per la famiglia, lo zio, dava i numeri. A me non importava se era pazzo o meno, le sue storie e il suo modo di raccontarle mi affascinavano e, ora mi manca.Non si era voluto sposare, benché amasse a modo suo Rosina. Si erano conosciuti a scuola e non avevano mai finito di volersi bene;  anche lassù, ne sono certo, lui, gliene combinava di tutti i colori.

È morto il 20 marzo del 1986 zio Alberto, aveva sessantuno anni. Qualche giorno dopo, senza nessun problema serio di salute, anche Rosina morì: non poteva rimanere senza il suo amore. Alla fine dell’estate andammo ad abitare al nord. Papà era un prefetto, ogni quattro anni lo trasferivano di sede. Dopo cinque anni, sono riuscito a ritornare in Calabria, nella casa di famiglia. 

La notte, dopo aver spento il lume e prima di addormentarmi, alcuni rumori da sempre si manifestano, delle semplici presenze materiali: lo scricchiolio di un mobile, uno sbatter d’ali, un suono lontano indefinito. Alcune volte, la sensazione di tali presenze m’inquietò, segno del mio animo turbolento. Spesso le accettai e anzi le attesi come un rito pre sonno ma, non ho mai creduto a ciò che mi raccontava mio fratello, sperando di spaventarmi, e cioè che quei suoni rivelassero una presenza misteriosa.

Quella sera d’estate, nella mia camera da letto, di adolescente, che avevo lasciato a malincuore e che ritrovavo intatta, quelle presenze materiali si rivelarono come al solito ma, allo stesso tempo percepii qualcosa di diverso. Anzitutto riuscii a identificarne il luogo di provenienza. Solitamente le ho sentite diffondersi nell’aria senza alcuna collocazione precisa, invece quella notte avvertii, subito, dove si fossero originate e persino le sentii muoversi. Nell’angolo opposto al mio letto c’è un baule, appartenuto a mia nonna, strapieno di libri. Quella sensazione che nel tempo avevo avvertito sempre come diffusa, la percepii provenire dalla parte del baule, appena sopra: un soffio in un primo momento e poi un breve silenzio, poi ancora un soffio. Dalla finestra, alla mia destra, aperta per fare entrare un po’ d’aria, un fruscio e poi il soffio nella stanza e ancora il fruscio, si alternarono per alcuni secondi. Quando il silenzio sembrava avesse preso il sopravvento, il soffio e il fruscio mutarono tonalità. Quel suono, indecifrabile e indefinito, raggiunse finitezza e una perfetta chiarezza. Tutto il mio essere parve acquietarsi, rendersi immobile e concentrarsi al pieno ascolto. E dopo una pausa d’incredulità, dovetti arrendermi alla realtà: quei suoni erano ormai parole e io le comprendevo. 

«Dove sei? Dai lo so che sei qua. Non farmi spaventare.»

«Eccomi.»

«Ma dove, non ti vedo.»

«Non mi vedi? Sono qui, Rosina.»

Nel sentire quel nome e, la voce che lo aveva pronunciato, un tremore mi pervase tutto il corpo. Trattenni il fiato e attesi altre parole.

«Anche prima,
molto prima della rivolta delle ombre,
e che nel mondo cadessero piume incendiate
e un uccello da un giglio potesse essere ucciso.
Prima, prima che tu mi domandassi
il numero e il sito del mio corpo.
Assai prima del corpo.
Nell’epoca dell’anima.
Quando tu apristi nella fronte non coronata, del cielo,
la prima dinastia del sogno.
Allorché, contemplandomi nel nulla,
inventasti la prima parola.
Allora il nostro incontro.»

Silenzio. E ancora silenzio. Poi, mi parve di sentire un gemito, lei piangeva e, con voce tremula disse: «La poesia del nostro primo incontro.»

Poi, così come accadeva quando da bambino li ammiravo alternare momenti seri a spassosi. Lei disse: «Mi fai il solletico, dai smettila. Sei sempre il solito burlone.»

«Andiamo un po’ al fiume, a passeggiare.» Disse lui improvvisamente.

«Sì andiamo, altrimenti mi tormenti.»

Per quanto mi sforzassi di parlare per manifestare la mia presenza, nessun muscolo del mio corpo si sollevava e dalla bocca neanche un soffio ne usciva. Neanche loro parlavano più, pensai che fossero andati via, ma concentrandomi di nuovo all’ascolto, percepii alcuni sussurri che si sovrapponevano, poi s’arrestarono. Tutt’a un tratto riudii le parole di Rosina, più vicino, quasi mi sfioravano, disse: «Fermati, Alberto, sento qualcosa.»

«Dove?» egli rispose, da più distante. 

«Qui accanto a me. Vieni.»

Sentivo il forte respiro di lui, venire verso di me.

«Corri ho paura.» disse lei sempre alla mia destra.

«Eccomi. Sono qua.»

Poi, non più parole ma solo sussurri, appena accennati, che si affievolivano fino a placarsi e tutto fu avvolto dal silenzio.

Il mio corpo pian piano si ridestava, ero rannicchiato come fossi tornato bambino, sul fianco destro. Con gli occhi socchiusi vidi un raggio di sole, entrava dalla finestra e puntava in direzione del baule. Mi alzai sistemandomi seduto in mezzo al letto, con le dita stropicciavo gli occhi chiusi e, solo dopo un lungo sbadiglio, li aprii. Quel raggio di sole illuminava la copertina scolorita di un vecchio libro. Scesi dal letto e a piedi scalzi mi avvicinai. Ebbi appena il tempo di leggere il titolo: Poesie d’amore di Rafael Alberti. Una raffica di vento improvviso lo sollevò e, sospeso in aria come se qualcuno lo sorreggesse, le pagine rapidamente scorrevano. Poi pian piano il vento si placò e il libro cadde sul baule, aperto sulla pagina di quella poesia del loro primo incontro: Secondo ricordo … risonar di baci e batter d’ali..


sabato 11 agosto 2012

Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi di Alessandro Piperno



Mio zio appena poteva, infilava, in qualsiasi discussione, la sua convinzione che, nonostante l’assoluta diversità, nulla potesse separare i fratelli. E questo libro mi ha ricordato lo svelamento, estivo, sotto i pioppi, di quelle elucubrazioni. E già questo varrebbe un giudizio positivo sul libro ma, c’è di più. Piperno scrive bene, la costruzione dei personaggi è così meticolosa che, mi sembra quasi di averla conosciuta la famiglia Pontecorvo. 

Inseparabili (Mondadori) narra le vicende della famiglia Pontecorvo la cui genesi origina in Persecuzioni (Mondadori 2010). I fratelli Pontecorvo si trovano agli antipodi, su ogni piano: caratteriale, estetico, verbale, sessuale ma, niente e nessuno potrebbe separarli. 

Dopo l’accusa di pedofilia, Leo, si chiude in cantina, Raphel, la moglie non lo nomina più e i due figli Filippo e Samuel non pongono domande. Il silenzio come rimedio per salvaguardare la fuoriuscita imprevedibile di qualsiasi parola; parlarne rievocherebbe il dolore e allora meglio vivere come se nulla fosse accaduto. Tutto procede e tutti sospendono il ricordo; ma, “Solo i risentiti non dimenticano mai.”. 

In quella stessa cantina, rifugio e tomba di Leo, poi studio medico di Raphel, il ricordo incendierà la famiglia in una discussione che esploderà con virulenza. Samuel al fondo di una crisi economica, sentimentale, ed esistenziale, trova la chiave, l’origine della sua disfatta e decide che è arrivato il momento di manifestare i suoi dubbi, le sue certezze. Basta con la misericordia e con l’oblio. Un effluvio di parole inondano la mamma, figura ingombrante che manipola e decide per gli altri, e, Filippo il fratello maggiore che, assorbito dall’imprevisto successo non ha percepito il grido di aiuto di Semi in difficoltà. 

Con questo volume che chiude il dittico l’autore ha vinto il premio Strega 2012. I due libri sono indipendenti e si leggono anche separatamente. 

martedì 26 giugno 2012

Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi



Un giovane Trevi lavora nei primi anni ’90 al Fondo Pasolini a Roma, qualcosa di scritto - il titolo dell’Appunto 37 di Petrolio in cui P.P.P. fornisce al lettore qualche spiegazione sulla sua decisione: che è quella non di scrivere una storia, ma di costruire una forma -, è il racconto di quella esperienza, dell’incontro con la “Pazza”, Laura Betti, curatrice del Fondo, di Petrolio il libro postumo di Pasolini, del mito greco e di tante altre cose.  

Un libro che parla di un altro libro, Petrolio, come nessun altro critico aveva fatto mai. Trevi restituisce alla “summa” di tutte le esperienze e memorie di P.P.P. il valore di grande opera letteraria che gli è stata in qualche modo levata preferendo amplificare una presunta rivelazione fattuale insabbiata, che fra le righe del testo doveva esserci. 

P.P.P. è per Trevi così come Philip Dick, un veggente, «insieme spinti dal medesimo orrore suscitato dal potere e dall’angoscia si accorgono in tempo del guasto, e anche se sanno che nessuno gli crederà non possono rinunciare a lanciare l’allarme.». 

Il capolavoro postumo è un’iniziazione alla conoscenza suprema, in cui Pasolini negli ultimi anni della sua esistenza si è immerso e Trevi, per prossimità, conduttore Laura Betti, ha percepito anche lui la visione che «attraversa l’anima come un lampo».

Tante sono le tracce che lo scrittore semina e che invitano a una riflessione. Un libro che ha vari livelli di comprensione ma, non risulta, come rischiava di essere un lavoro così complesso, mai noioso, tutt’altro.  

Emanuele Trevi con questo romanzo editore Ponte alle Grazie è nella cinquina degli scrittori candidati al Premio Strega.

domenica 17 giugno 2012

Resistere non serve a niente di Walter Siti




Dopo il 1989 tutto è divenuto più fluido:

1. La politica, a livello globale non esiste più una distinzione netta tra destra e sinistra;

2. L’economia, i paesi occidentali che da sempre sono stati il traino di tutto il globo, vivono una crisi che, dagli USA, da quattro anni si è insediata nel cuore dell’Europa con l’impossibilità di comprendere quale economia possa essere stabile e quale fragile;

3. La società, i rapporti interpersonali sono mutati e la distinzione netta uomo / donna è stata contaminata; i ruoli si invertono vorticosamente ed è complicato capire le caratteristiche originarie dei generi;

4. I rapporti tra Stato e anti Stato sono cambiati, l’infiltrazione dell’uno nell’altro ormai rende impossibile capire dove comincia l’uno e finisce l’altro.


In tutto ciò le parole che devono descrivere, comunicare, mutano. “In genere quando una parola nuova si afferma è segno che è accaduto qualcosa di nuovo nella realtà.”. Se il male ha fagocitato il buono, se il limite è così sottile da sfuggire anche a un’attenta analisi c’è da chiedersi, resistere non serve a niente?

Certo, sarebbe importante, prima, individuare contro chi resistere. E poi, c’è da capire se qualcuno ha veramente voglia di cambiare lo status quo.

 «Tutti accusano ma nessuno fa niente davvero.».

«È quello che in Teoria dei giochi si chiama l’equilibrio di Nash … quando nessun giocatore ha interesse a essere l’unico che cambia.».

L’idea del romanzo (editore Rizzoli), dice Siti, è nata leggendo di un mafioso che da piccolo era stato obeso. Ha poi, l’autore, sviluppato la bulimia, non come legata al cibo e quindi materiale ma, astratta, legata al possesso infinito. Il protagonista è Tommaso l’ex obeso, cresciuto nelle borgate romane, figlio di un detenuto, mantenuto dalla “famiglia” di affiliazione del padre (gli pagano l’intervento chirurgico di laparoscopia e gli studi) e, gestore di un hedge fund, per conto loro. È Walter Siti, in una sorta di autofiction a raccogliere la testimonianza di Tommaso in cambio di una casa in affitto a prezzo stracciato e a riportarla a noi lettori. Si incontrano a casa di Tommaso, dove si festeggia il compleanno di *** (nota conduttrice tv) e amica di Gabry che a fronte di un assegno mensile di cinquemila euro, strapazza Tommaso con le sue gambe e glutei memorabili.

Un libro che apre diverse riflessioni sulla nostra contemporaneità. Un affresco a tinte forti che rispecchia la realtà in cui viviamo e ci costringe a guardarla, e a rovistare tra la promiscua moralità; chi riuscirà a riconoscersi?